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Category: Contributor: Lucrezia Cippitelli

SPECIAL TEXT SERIES:”3 X 3: New Media Fix(es) on Turbulence” Essays by Josphine Bosma, Belén Gache, and Eduardo Navas

Turbulence.org and New Media Fix (http://newmediafix.net) are pleased to announce the publication of “3 X 3: New Media Fix(es) on Turbulence,” three texts about works from the Turbulence.org archive. The texts–published in English, Italian and Spanish–were written and translated by members and affiliates of New Media Fix. They include “The Body in Turbulence” by Josephine Bosma; “Narrating with New Media: What Happened with Whatever has Happened?” by Belén Gache; and “Turbulence: Remixes + Bonus Beats” by Eduardo Navas. The translations are by Lucrezia Cippitelli, Francesca De Nicolò, Raquel Herrera, Brenda Banda Corona & Ignacio Nieto. Ludmil Trenkov designed the PDF and HTML documents.

“3 X 3: New Media Fix(es) on Turbulence” was funded by the National Endowment for the Arts.

The essays may be viewed and/or downloaded at
http://www.turbulence.org/texts/nmf/
or http://newmediafix.net/Turbulence07/

BIOGRAPHIES

JOSEPHINE BOSMA (1962) is a writer and critic. She started working in the field of new media art making radio shows, documentaries and interviews about the topic for VPRO and Patapoe radio in 1993. She has published interviews, reviews and texts about art and new media in various books and magazine, both on and offline, since 1996. Her work mostly focuses on net art, sound art and net culture. Bosma has also organized several events, like the radio section of the tactical media festival Next5Minutes 2 (1996) and 3 (1999), an evening about net art criticism (2001) and the newsletter CREAM (2001/2002). She lives and works in Amsterdam. http://houseoflaudanum.com/bosma

BELÉN GACHE has a Master’s Degree in Discourse Analysis with a thesis on the argentine writer Julio Cortázar. She has published books such as Escrituras Nómades, del libro perdido al hipertexto (Nomadic Writings, from the lost book to hipertext) (Spain, Gijón, Trea, 2006), El ser escrito: lenguajes y escrituras en la obra de Xul Solar (The Written Being: languages and writings in Xul Solar’s works) (Madrid, Museo Centro de Arte Reina Sofía, 2002), Jorge Macchi, el destino como principal sospechoso, (Jorge Macchi, Destiny as the Principal Suspect) (France, Centre Contemporain d´art, Montebeliard, 2001). As a narrator she has published the novels Lunas eléctricas para las noches sin luna (Electric Moons for Moonless Nights) (Sudamericana, 2004), Divina Anarquia (Divine Anarchy) (Sudamericana, 1999) and Luna India (Indian Moon) (Planeta, 1994). Since 1996 she develops Wordtoys , a compilation of net poems and other non-linear works. http://www.belengache.com.ar

EDUARDO NAVAS is an artist, historian and critic specializing in new media; his work and theories have been presented in various places throughout the United States, Latin America and Europe. He has been a juror for Turbulence.org in 2004 and for Rhizome.org in 2006-07, New York. Navas is founder and was contributing editor of “Net Art Review” (2003-05), is co-founder of “newmediaFIX” (2005 to present) and is co-founding member of “acute.cc”, an international group of artists and academics who organize event and publications periodically. Currently, Navas is a Ph.D. Candidate in the Department of Art and Media History, theory and Criticism at the University of California San Diego. http://www.navasse.net

“Non solo questioni di stile” Intervista a Matthew Herbert. di Lucrezia Cippitelli


Image source: http://www.bbc.co.uk/dna/collective/A1105697

(Italian only)

Difficile da incasellare nel genere preformattato della “musica elettronica”, sfuggente a ogni tipo di categoria, eccentrico, poliedrico, Matthew Herbert ha fatto tappa in Italia per il suo tour mondiale con un concerto all’Auditorium di Roma, in cui ha suonato mixer e laptop insieme a una Big Band funky-jazz di ben otto elementi.

La musica elettronica pare non essere più solo appannaggio di appassionati sperimentatori solitari, che lavorano durante le notti insonni davanti al loro computer (ormai un clichè nell’immaginario comune, come Aphex Twin che si dice dormisse su un materasso buttato a terra in un angolo del suo studio per poter lavorare quando più ne sentisse il bisogno) e performano dal vivo, in Dj-set “classici” per mixer solo.

Con Herbert questo tipo sperimentazione musicale diventa un fatto anche collettivo, che si può appoggiare alla collaborazione di musicisti “analogici”, ed anche all’uso della voce e della parola cantata, delle percussioni e della tromba funky, sempre rientrando nell’ambito di un progetto generale dell’artista, che prevede l’ideazione e la realizzazione di scenografia e costumi, la scrittura della musica ed anche dei testi delle canzoni, la progettazione della scaletta del concerto, programmazione di assoli, improvvisazioni dei musicisti della Big Band, bis ed eventuali sinestesie con immagini video di sfondo comprese.

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Review: Dissonaze, a proposition for Visual Music, by Lucrezia Cippitelli

(Italian only)

http://www.dissonanze.it

Giunto alla sesta edizione, Dissonanze (Festival internazionale di Musica Elettronica ed Arte Digitale) propone come tema generale una forte rivendicazione identitria: “This our visual music”, questa è la nostra musica visiva, ma anche la nostra cultura di riferimento, quella della musica elettronica, della sperimentazione intermediale e senza barriere tra discipline, tra alto e basso, colto e popolare, dance e sperimentale.


Palazzo del Congressi

Con questo spirito si è svolto quindi il festival, evento molto atteso per il suo carattere di unicità – per la capitale – ma anche per la sua autorevolezza nel contesto nazionale, dove si contano sulle dita di una mano gli eventi dedicati all’uso sperimentale dei nuovi media dotati di spessore e continuità (uno tra questi certamente in Netmage).
Per la seconda volta, il festival è stato ospitato nel Palazzo dei Congressi dell’EUR, la cui architettura modernista è stata perfettamente integrata dalle installazioni visuali, luminose ed ambientali dei diversi spazi. In primo luogo interessante l’installazione di U.V.A.- United Visual Artists (Gran Bretagna) che hanno rimodellato lo spazio della facciata principale e dell’atrio d’ingresso dell’edificio con una serie di luci laser colorate.


U.V. A.

Il festival Dissonanze ha sfoderato un’organizzazione mastodontica ed impeccabile, che nonostante gli afflussi enormi (15 mila persone) è riuscita a garantire una fluida vivibilità durante le due serate (19 e 20 maggio). E questo è senza dubbio uno degli elementi positivi di questa edizione.
Altro elemento centrale è senza dubbio la qualità e la quantità di artisti e dj che sono stati invitati a partecipare all’evento.
Divisi in tre spazi principali (Salone della cultura, Aula Magna e terrazza) ed in tre relative sezioni concettuali (Club e Dance, Visual Music e Sound / Video Art), artisti e performer hanno proposto ogni sera circa 10 ore di flussi sonori e visuali.

Il programma Visual Art si è proposto di comporre un panorama esaustivo e quasi storico delle ricerche internazionali dedicate al Live Media ed alle performances audiovisive. Un programma fitto e denso ha permesso di “visitare” i lavori di artisti come Ryochi Kurokawa e di semiconductor insieme alle performances del collettivo italiano Otolab (che ha presentato dal vivo la terza versione – coinvolgente – di Stare Mesto) e del newyorchese Bruce McClure (che ha presentato una performance per proiettori in cui a una visualità legata all’immaginario dei Rotoreliefs duchampiani si accompagnava una matrice sonora astratta e sperimentale).
La Sezione Sound e Video Art, orientata all’incontro tra ricerche sperimentali sonore e artisti video usando la chiave di lettura della percezione, e del coinvolgimento emozionale, fisico ed esperienziale all’interno dell’ambiente.
In quest’ottica va letta la performance dell’artista statunitense Maryanne Amacher, le cui sperimentazioni sonore risalgono agli anni Settanta ed alle sue collaborazioni con Cage e Merce Cunningham. Tra i marmi bianchi della cavea della terrazza, la Amacher ha proposto una performance musicale tesa e concettuale, in cui l’apparentemente indecifrabile caos del muro del suono prodotto dall’artista con il mixer, si ricompone lentamente nell’orecchio dello spettatore fino a lasciar intravedere e percepire un ordine ed un’armonia totalmente programmati e voluti.


Otolab

Dissonanze si è quindi proposto come una vera esperienza plurisensoriale ed immersiva frutto di una ricerca approfondita e competente, che ha permesso di presentare progetti provenienti da tutto il mondo al pubblico specializzato e ad un pubblico meno culturalmente consapevole e più orientato al consumo di musica elettronica.
Proprio quest’ultimo elemento è forse il punto dolente di tutto il festival e della sua organizzazione.
Evento dance di musica elettronica o evento artistico di sperimentazione e ricerca? Proprio qui sta il bello, sottolineano gli organizzatori: riuscire a mediare ed a far toccare due ambienti che dal punto di vista teorico e disciplinare sarebbero inconciliabili, ma nella realtà sono vasi comunicanti che si relazionano in maniera fluida e continua.
Giusto. Basti pensare alle continue fusioni di pubblico e di genere a cui sono abituati artisti e performer audiovisivi come Otolab, la cui ricerca ed i cui ambiti di azione spaziano dal rave al concerto di musica colta contemporanea, dal museo d’arte al centro sociale.
Il punto è che questo sconfinamento non dovrebbe sfociare in un’anarchica presentazione di flussi sonori e visivi senza soluzione di continuità, senza una distinzione tra live e riproduzione, senza un’organizzazione logistica più scientifica che garantisca ai due pubblici diversi di trovare comunque un punto d’incontro in cui la fruizione come puro divertimento non prevalga sulla visione come atto investigativo.
Pur nella ricchezza e nella qualità dei progetti presentati, la carenza di una struttura scientifica che supportasse l’intera operazione è risaltata come un punto dolente che rischia di mettere in secondo piano l’imponente lavoro di ricerca portato avanti dagli organizzatori dell’evento (Giorgio Mortari in primis, ideatore di Dissonanze, lo staff del festival che ha sostenuto tutto il lavoro di produzione tra cui l’efficenza del responsabile delle comunicazioni Giulia Baldi, ed i due curatori degli eventi Visual music – Marco Mancuso/Digicult per Visual Music ed Edwin van der Heide per Sound e Video Art).


Amacher

Un nodo questo davvero molto importante da sottolineare in una cultura come quella italiana in cui l’indagine sulle sperimentazioni e le ricerche condotte con i Nuovi Media è spesso e volentieri una Terra di Nessuno in cui si incrociano saltuarie escursioni (spesso poco aggiornate) di Storici e Critici d’Arte vecchio stile talvolta non correttamente concentrati sui veri aspetti di novità di alcune ricerche (la interazione metodologica e processuale che l’uso di certi strumenti presuppone, per esempio) o di Scienziati della Comunicazione a cui manca al contrario un linguaggio storico e scientifico in cui contestualizzare certe esperienze.
In quest’ottica la mancanza di un sostanzioso supporto divulgativo e scientifico in ogni spazio, ed una programmazione più regolare e riconoscibile (sarebbe stato interessante sapere i nomi dei performer o dei video presentati durante la rassegna, per esempio) sono state un vero limite. E poi, perché non presentare gli artisti arrivati a Roma durante workshop, tavole rotonde e seminari? E perché non organizzare meglio gli ambiti di Visual Music e di Sound and Video Art, evitando di mescolare all’interno dello stesso spazio rassegne e proiezioni con le performance vere e proprie?


McClure

A queste note la stessa organizzazione del festival ci ha risposto in primo luogo ricordando la genesi e lo sviluppo di Dissonanze, che si è configurato negli anni come spazio vitale e totalmente autonomo di ricerca senza l’aiuto di Accademie, istituzioni o strutture politiche ed amministrative della città. A Roma, dove qualche mese fa il sindaco Veltroni ha presentato un’imponente e nuovo festival di cinema della città in cui si investiranno i fondi del comune, non esistono finanziamenti per progetti di ricerca e relazionati con i Nuovi Media come quello di Dissonanze.
Come spesso succede con gli eventi che sono realizzati grazie alla costanza e determinazione di pochi, una struttura ridotta all’osso (tre persone basicamente) ha permesso la produzione di tutto l’evento, e questa non è cosa da poco tenendo conto della ricchezza e qualità delle proposte.
In attesa di una più sostanziosa organizzazione artistica ed editoriale.

http://www.dissonanze.it

TEXT: OMNI ZONA FRANCA. HACKTIVISM AND NETWORKING WITH A LOW BUDGET TECHNOLOGY BY Lucrezia Cippitelli

This text was originally a streamed lecture from Rome by Lucrezia Cippitelli, for a Theory and Practice Class in Los Angeles, at Otis College of Art and Design; the lecture took place on May 1, 2006. The text has been edited for online publication, but an effort to present it as notes for a lecture has been made. Some of the art projects mentioned, in particular music videos, are not available at the moment for viewing.

How does the concept of “new media” function when technology is difficult to find?

Is it possible to talk about hacktivism in geographical, political and social spaces where the lack of technology prevents from developing practices and activities that involve exclusively the Internet?

How does a curatorial practice serve the activity of artists who work territorially on public/no-object based projects, away from art objects that are marketable in the economic establishment of the Contemporary Art System?

These questions and their possible answers are the main focus of this text.
I’ll discuss my work and research with Omni Zona Franca (omni Free Zone), a group of artists and activists from East Havana with whom I have worked since 2003. I spent two months with them in 2005 and now I’m just coming back from another month of collective work. In 2005 we worked together on an editorial project about collective artistic practices in public spaces in Cuba from the 90′s up to now; the last trip was focused in the construction of a multimedia laboratory in their studio.

But let me explain from the beginning:


1-ALAMAR
8 miles away from the tourist and crystalized baroque center of La Habana, offers a scenography of exotic and picturesque postcards for white European and North American tourists; the district of La Habana del Este (East Havana) has about 300,000 inhabitants; 100,000 live in Alamar, a territorial department divided in 25 Zones and constructed in 1978 by the Microbrigadas, groups of workers that for a month the government designated to the construction of buildings for the people in the new urban expansion of the city.

Alamar is also part of the – short and not so intense – history of post-revolutionary Cuban urbanism: rationalist north/eastern European and Soviet architecture and huge living structures spreading across an area near the sea that is essentially agricultural.
As the materialization of the Rationalism in the middle of the tropical vegetation,
Alamar buildings are a sort of little Unité de habitations (living units), which Le Corbusier projected since the third decade of the XX Century: big buildings constructed in peripheral areas of the cities to be dormitories of thousands of people. The practical realization of this rational utopia consists – in Alamar as large part of the so called “Developed world” – of a lack of infrastructure and services, a lack of the classical “city” attributes (public places in which people meet and converse) and a lack of communication with the center.
If in the center of Havana there is always light and water (due to the embargo Cuba has a very strong energy crisis), Alamar has water for 2 hours a day, and constantly lacks light daily.

The neighborhood was also historically the space of Cuban alternative and underground cultures starting from the 70′s (now it is the cradle of a Rap Festival that started in 1995), and it’s a district inhabited by Chilean refugees, Russians, inconvenient intellectuals of the Cuban system, as well as European intellectuals.

2- OMNI ZONA FRANCA
In this social and cultural context, The Omni Zona Franca collective was born in 1997. Sons of the latest collective experience, as the El Quijote group of intervention in public spaces, or the collective of “resistant poets” Grupo Uno, both groups are active since the beginning of the ‘80s. Omni Zona Franca is a group and a life experience collective, emerging from the very entrails of the city, from its streets, scents, cries, music, voices, from its generous and anarchical happiness and its daily problems to solve.

OMNI celebrates ten years of making noise, making trouble; they are not known well enough to have entered the official art system, and not known well enough to cause scandal, or surprise; yet -paradoxically – today they function in a parallel reality with other artists who receive awards and are contextualized as artists that “produce” “cute works” for an international art market that loves the “Cuban reality” but are not involved in real political and social problems.

A small parenthesis (example): the internationally well-known artist Kacho is the supreme example of this interior and international cultural politic. He started to become well known in the occidental market from the ‘90s for his “boats” that represent the escape from Cuba of the “balzeros” people that try to navigate the ocean to join the USA coast in Miami. After his international accreditation, Fidel became his best friend, and now Kacho is not only represented but also pushed and aided by the official art world. Now, his work is only the continuation of the “kacho” esthetic, consisting of objects (something like the “Arte Povera” model) void of any political and social investigation: They are only good objecs that the International Art World sells and buys without any problem.

The artists participating at the OMNI group (poets, painters, singers, sculptors, performers, writers, photographers, rappers, cultural activists, filmmakers) are well known in their own the community.
They regularly propose critical interventions on the streets, at the bus stops, at the shops and markets, talking with the people who wait for hours and hours for a bus, who wait in long lines for the bread, angry for the omnipresent smell of the garbage on the streets ant the lack of seats at the bus stop.
The idea of the collective work of the group is “to activate the individual and self-constructed consciousness” of the people.

For that, since the early ’90s the group organized public lectures of poetry at the bus stop, providing people with the seats; organizing activities to expose the lack of a system to dispose of the garbage in the neighborhood. (Don’t forget that the father of the country, José Marti was first of all a poet; in the Island poetry is the normal and immediate way to communicate not only as a rhetorical exercise of good writing)

Due to some activities, many members of the group were jailed, but their social action in their local reality, in the context of the real problems and necessities of the people, could not have been easily explained as “dissident activities against the government” as we are happy to say in the Occident.

The revolutionary history of the Island is part of its own formation (as the Afro-Cuban culture in part as well), but, for them, the continuous process of criticism against some part of the official structure is a possibility to get out from the dictatorship without accepting the capitalist model and without erasing their own contemporary history and culture, that is a shared and accepted.

Now we can see some of the actions organized in the streets during the last ten years: Fantasmas civicos (Civic Phantoms) are the people who do not have any visibility or voice in the society.
The Graffiti are the paintings realized during these years on the public spaces: no permissions, no financial aid, no “artistic” intentions. With the help and collaboration of the community OMNI tries to change the face of some decadent areas of the neighborhood. Also the activities conducted in the project Espacios Publicos, during the last Biennal of La Habana (March-April 2006) where the group participated officially because of my introduction of them to the curatorial collective of the Habana Biennale and the aid of a local curator, Dannys Montes de Oca: only in this circumstance Omni Zona Franca worked in the public areas of Alamar with permission. In these photos the action of painting a square was the occasion for the installation of music and the participation of the people of the area to an afternoon meeting in the square.

In the same context of intervention in public spaces we can mention the participation of the group at the Hip Hop International Festival of LaHabana, a festival born in 1995 that takes place in Alamar, in an former abandoned open theater that Omni restored and painted to recuperate it for the community. At the festival, Omni participated since its first years, organizing performances and poetic events that were also stopped by the police.

The use of the spoken word to communicate with the community is also part of another activity (Maquina): the street slam poetry performed with typewriters by the artist David Escalona, who started to participate in the group activities with this attitude: moving around his neighborhood with his 40 year old typewriter and improvise rhythmic slum poetry for the people on the streets.
With Abuso de confianza (abuse of trust) Omni was invited in Cienfuegos at a festival of performance, October 2001.

“En las ciudades más felices el hombre no deja de morir con tristeza/ ningún sistema nos salva del horror de la ciudad/ sus manos lanzándonos de lo más alto/ a lo más bajo. /HUMANIDAD: a seca por este discurso el hombre es apedreado y amarrado y degradado, hasta encontrar su propia liberación” This is the original presentation of this performative project.

In Modos de Izarse (way to haul): 8° Bienal de La Habana, Noviembre 2003, Alamar. In a tree covered by trash, a man hangs himself as a trash.
With Pan con poeta (bread whit poet) the performer sells sandwiches with the grilled body of a poet. The person who eats will’ have the “gift” of poetry.
And finally, the action Komunikate, that has been developed in different ways: action (the one you could see in the images) “An altar to God TV, the god that drives our mind”, Omni says. The action, realized with a similar mystic and Afro Cuban ceremony, the performers give offerings to the TV; the medium that is the “principal obstacle to the self consciousness of mind and the ability to face up with individual and free mind from the reality”.
As follow-up, Komunicate became also a series of documentaries realized on the community with very little equipment (for a longtime the group worked with a digital camera that provided very short mpeg videos – 30 seconds). With this medium, they realized the first documentary in Alamar.

At the last Biennal, OMNI presented in a market of Alamar Komunicate. A new version; here, after the usual ritual ceremony for the “TV God,” the group started the projection of a video: his own documentary shot in Alamar with the people of the Neighborhood. The message was clear: don’t be abused by the TV that controls your mind. Let’s make our own TV, Komunikate, use the media to construct your own communication.

3- THE NEW MEDIA BET
This position mentioned in Komunikate was incredibly near the position of the activists of Europe and the United States that from the ‘90s started to work involving the free use of mass media in their works, especially with the idea “Don’t hate the media. Become the media”.

This attitude was well known by the artists of OMNI, who during one of my first interviews with them, in 2003, told me: “We know that in the world this idea of the network joins thousands of people connected with a cable and a computer. For us it’s the same method of action: we need to construct networks within the people”.

Without a real internet network working on the island (a basic internet connection costs 6 to 10 dollars an hour, about half the average Cuban salary, in a country were Fernando Perez, the best known and important cinema director still living gains 60 dollars a month). OMNI worked (or networked) with a really similar attitude of a lot of interesting experiences in the Occident.
For them the network is the city, the streets; the relationship between the peoples.

Their first movement towards the use of New Media was the creation of a CD: Alamar Express (see the photo).
The project, edited and in Havana last October, is the first collective realization of a multimedia project. Sound and text gather the visual and sonorous seven years history of the civic action group. It moves into the Cuban culture as a virus, changing the critical thought in action of the artist, inside a social community.

Alamar Express is the collection, the aural representation of the Omni activity. Which during the years the project brought structural changes, built social spaces and realized events that prove that the arts can still ameliorate human life. Omni started using words and bodies as economical instruments that are hardly controlled by censorial practices.

Made up of more than 35 tracks, the CD “Alamar Express” gathers urban poetry, district noises, rap, analogical remixed sounds (for example the typewriter of David Escalona and his rhythmical base for his poetical readings). From the angle of the quality it’s an incredible project, most of all the “self-produced tapes” that we can find, if you think that people who created the product have at their disposal nothing more than a PC and a digital camera. “Alamar Express” is the story of a trip in the district. You can see the images in the two videos (integrally filmed, edited and post produced by the group) realized as tracks sound/visual/poetic of the CD, as well as in the video-installations that the collective realized in the spaces of the district, including illegal night screening of images taken in the urban space.

The use of digital media and their forcing are definitely hacker practices that bring communication and interactivity. The creative use of digital media, in the Island available only from the black market if you’re Cuban and have no official reason to buy it) make the work of OMNI an action of critical, conscious and highly ethic hacktivism, which brings together all the media you can use, to experiment without limits and conditions.
Maybe the old theoretical question about the use of technologies is solved in Alamar. Naked from every superstructure, technology becomes one of the greatest ways to realize social action.

4- THE LABORATORY

This last idea pushes me to work with OMNI. Before, as an art critic working to realize a publication about OMNI’s work in the community in the context of a more general movement in Cuba that involves artists and public spaces; and now, from January 2006, with the creation of a Multimedia archive and laboratory, constructed with very little money from the European Commission and in cooperation with an activist Italian group, INVENTATI.

We bring equipments (cameras, video cameras, laptops, video projectors, mixers audio and video, screens and all the equipment of the good “media activist”) and for a month we share with them (and not only offer to them) competencies, ideas, instruments, process, methodologies, fear, happiness.
Now the laboratory (called Alamar Express as a continuity with the CD) will work alone as an archive and dynamic space for creating, sharing and disseminating ideas with other artists.

At the end of the year we’ll be one more time in La Havana, trying to see how a “one year” activity developed and impacted the social reality of the city.
www.alamar-express.net is the web site that we will develop during the next months where it will be possible to download videos and music.

INTERVIEW (Focus on Santiago, Chile): The Mediated and Political. Troyano, The Art of Creating Digital Communities by Lucrezia Cippitelli


(Front of Museum of Contemporary Art)

This is a re-edited interview previously published on Digicult Magazine February 06 issue:
http://www.digicult.it/archivio/digimag_11eng/articoli/hackart_lucreaziacippitelli.htm

This interview is published in Italian, Spanish and English

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Troyano is a collective of independent Chilean artists from Santiago, which organizes cultural activities relative to art and technology.

The collective was part of the VII Video and New Media Biennial (18-27 November 2005) participating with a critical position in the section dedicated to New Media, for which they organized an international symposium. Their project is called Elena in the honor of the virus which installs itself in a hard disk to then erase its data. This project aims to give a critical picture of cultural, critical and artistic production which in the last ten years has been consciously relying on emerging technologies.

They want to propose in the contemporary Chilean society a debate on the “creative” use of media in opposition to a purely economic, utilitarian and commercial vision of technology diffusion. Chile has been in close commercial relationships with Japan, Taiwan (and now China) for decades, it’s an important copper producer (the copper is a fundamental component to produce technology), and it has been always projected to a reliable and dynamic “modernity” (but also neo-free trader and reassuring for Western Countries). So, the critical position taken by the Troyano group at first appears without a foundation.


(Video Installation detail of one of the projects curated by the Troyano Collective)

But adopting a critical and socially conscious use of Media is a resolute and radical position to take in a Country which has just come out of ten years of Pinochet’s Dictatorship. A Country which is still guided by the same military dictatorial bureaucracy, it has spent the last ten years in a pitiless privatization of the social state (like Argentina ), and it has not legalized abortion yet (and it obtained divorce in 2004 only). In Chile contrasts and conflicts are still radical and they are often simplistically worked out in the dualism “Official nature” vs. “ militant revolutionary Pan Americanism”.

The interview of three of four members of this group (formed by Ignacio Nieto, Italo Tello, Ricardo Vega ed Alejando Albornoz) can be described as a collective reflection on Troyano’s experience at the Biennial.

L.C. Why did you decide to participate as an artist collective by proposing a curatorial project?

Ignacio Nieto: It was an emergency: since now there is no New Media geography in Chile. Everything started at Rosario , Argentina , where we participated at a festival dedicated to new media. We became aware that in our Country there were no specific interests on this subject. We participated in the Biennial as a collective to show some contemporary cultural practices related to new technologies.

Ricardo Vega: In this Country despite a huge commercialization of electronic and digital instruments there is no awareness of the possibilities these new technologies offer. On the side of the government one finds the idea of innovation and progress ( Chile is the Latin American state with the biggest number of internet connections, more than Mexico ) the reality is that this country doesn’t produce technology, it just consumes it. What kind of dialogue can we have with technology if we just consume it?

Italo Tello: In our Universities there are multimedia labs but we do not have a great technological awareness. Nobody wants to know how a machine is built and developed, there’re no academic courses about it. In addition there are no local cultural references to new media. Students of art study Picasso and Duchamp, but they are not interested in studying technologies because – unlike Argentina – artistic academic courses don’t consider Net Art, Hacking…


(Top View of an installation, Museum Lobby)

L.C. Do you know something about the international debate during the last years on these “new” artistic practices?

Italo Tello: here in Chile artistic referents are mainly theorists and artists who worked during the 70s and the 80s.

Ricardo Vega: There are some well prepared theorists but they are “isles”. It’s difficult to incorporate and spread the theme of technologies in the contemporary art debate and its critics. I’d like to underline also our interest goes beyond art: I’m a designer but I’m interested in these practices, in these new hermeneutic models and communicative paradigms in the society. At the collective level not only at the individual level.

Lucrezia Cippitelli: you said Chile is investing a lot of money in technology. Some stops of the Santiago ‘s subway have a Wi-Fi free internet access (not even Paris has it). You also have a New Media Biennial which has come to its 7th edition (14 years of activity!). So what’s the matter?

Italo Tello: There is no will to go beyond consumption. As a collective we’d like to show that even with minimal economic investment, if it’s a logical investment and you really want to communicate something, you can make incredible things happen.

Ricardo Vega: We are Latin America ‘s pioneers regarding connectivity but we don’t know how to use it. The New Media Biennial is an example of this. It has been a Video Biennial since last year and even now it remains a kermis dedicated to video. There’s no adequate content on the container. The official infrastructure proposes a technological improvement without substance, it’s just a commercial method to advertise the idea of a “developed” and “advanced” Chile which doesn’t exist.


(Last night performance by Ruidistas, Museum of Contemporary Art, Santiago)

Lucrezia Cippitelli: …and even “democratic” and “trustworthy”…

Ricardo Vega: …and on the other side there’s the society that doesn’t take advantage of this “development”.

Ignacio Nieto: People want to buy the super expensive last mobile model and then they don’t know how to use it. It’s just a status. Touching back on our initial comments, historically Chile has developed an important avant-garde musical production. Electro acoustic music in Chile has a fifty year history. It’s a circuit which is very close to technology production and engineering studies but it’s a very exclusive circuit: pioneers of these experimentations built up themselves the machines they work with. Computers with a 7kb memory…

Italo Tello: As Ignacio was saying here if you visit a very poor house in a very humble area you’ll find they have a huge TV or the last mobile model. The problem is they don’t use it as a means of expression and to critic the system. Chile is divided into two parts. There’s a Chile that has developed a critical and expressive language deriving from Pinochet’s dictatorship and they resort to the aesthetics of barricades, to the themes of counter-culture , desaparecidos , politic and suburb. On the other side there’s a generation who’s grown up with Mtv, Nintendo and videogames.

This generation has no cultural models. In Chile there are no critical referrents: people who analyze New Media cultural production.

Lucrezia Cippitelli: Is there a Hacker community?

Italo Tello: Yes, there is but it’s completely involved in hardware and software development. Hackers, here, don’t deal with politics, they don’t build communities.

Lucrezia Cippitelli: A definition of New Media.

Ignacio Nieto: It’s not easy to give a definition of New Media. I find this name very commercial, a melting-pot od different practices.

Italo Tello: It’s a standard term, it’s wrong to connect it with computers only. Every epoch has its new media, it’s not correct to give this term a strict significance.

Lucrezia Cippitelli: Why did you chose to present yourself as a collective? Where does the idea of a virus come from? How did you chose artists?

Italo Tello: At the Biennial we attended at everything concerning New Media. We wrote an open call and we divided it into three themes: Net Art, Software Art, Tactical Media. We also included some experiences of working with new technologies from a social point of view. For instance the pirate television channel Señal 3 that broadcasts from its quarter la Victoria or the Software Libre Association.

Ignacio Nieto: As a collective we worked as archivists. At this moment a critical work on new media would be too pretentious and complicated. As regards virus, virus is a code entering a computer. We found its name in the McAfee archive of virus definition: there were funnier names but we chose “Elena” because it fitted our collective name Troyano and Helen of Troy. The characteristic of Elena’s virus is it installs itself on the hard-disk of a computer erasing all its data. We wanted to install ourselves in the Biennial erasing its presuppositions and re-writing a new story.

Lucrezia Cippitelli: I think the most interesting aspect of this experience is the building up of a network among persons who had the possibility to present their works, meet and share their ideas, skills and resources in a much less academic way. How are you developing in the future the work you started with this project?

Ignacio Nieto: First of all we got to put the editorial material we developed during conferences online.

Italo Tello: We have to capitalize everything we said and heard and record it in a catalogue or a DVD which will become the missing local New Media point of referrence.

Lucrezia Cippitelli: What are in your opinion the best results of Elena’s project?

Ricardo Vega The existence of a practice, a way of acting which is shared among persons with completely different origins. We know we use instruments which aren’t stable yet but now we know we can work together. I also think the concept of hard-disk re-writing was positive.

Lucrezia Cippitelli: I think the Elena’s project had the positive effect to connect – at both local and international levels – music, free software, activism and cultural critics.

Italo Tello: Someone said we’re pretentious and too elitists, that our proposals can’t get a wider audience. Now I can say we showed it’s not true.

Lucrezia Cippitelli: In your opinion is New Media an important form of communication and expression with possible potential for the so-called developing Countries?

Ricardo Vega: We only talked about very elitist practices in the ecosystem of a Southern Country. I’d be very interested in analysing the possibilities beyond “media centrism” elitism.

Italo Tello: The access theme is central. I work at a public school in a very suburban area of Santiago , a very poor and problematic area, and I teach music to children. A national project realized the set up of multimedia labs: dozens of computers connected to the Internet. I realized that the teacher who has to instruct the children is regularly outmoded by them. They are incredible.

Ricardo Vega: …in a Country where there is Wi Fi in the subway and the New Media Biennial.

Ignacio Nieto: Here’s a metaphor on Chile : at the Biennial they installed on fake raw wood tables a very scenographical series of Sony Vaio Laptops. This area was called Media Lounge. Here computer were chained to tables and personal computers didn’t have internet connection. In a Biennial dedicated to New Media…

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INTERVIEW (Focus on Santiago, Chile): Il Mediatico, il Politico. Il collettivo Troyano e l’arte di costruire comunità digitali in Cile by Lucrezia Cippitelli

This interview is published in Italian, Spanish and English

This interview was previously released on Digicult Magazine February 06 issue:
http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=290

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Read English Version

Troyano è un collettivo di artisti indipendenti cileni – residenti a Santiago – che organizza attività culturali in cui siano connesse arte e tecnologia.

In occasione della VII Biennale di Video e Nuovi Media (18-27 novembre 2005) il collettivo ha partecipato facendosi carico della cura critica della sezione dedicata ai Nuovi Media ed organizzando un simposio internaizonale cui hanno preso parte artisti, critici ed attivisti di tutto il mondo. Il progetto, chiamato “Elena” in onore del virus che si installa in un Hard Disk cancellandone i dati, si propone di fare un quadro critico della produzione culturale, critica ed artistica che negli ultimi dieci anni si è appoggiata sull’uso cosciente delle nuove tecnologie.

Una spinta finalizzata a proporre all’interno della società contemporanea cilena un dibattito sull’uso “creativo” dei media in opposizione a una visione puramente finanziaria, utilitaristica e commerciale della diffusione della tecnologia. Nel Cile che intrattiene da decenni strette relazioni commerciali con Giappone e Taiwan (ed ora la Cina), importante produttore mondiale di rame (fondamentale componente per la produzione di tecnologia) e da sempre proiettato verso una “modernità” affidabile e dinamica (ma anche neoliberista e rassicurante per l’Occidente), la posizione critica del gruppo Troyano appare priva di fondamento.

Eppure proporre un uso critico e sociale dei Media è una presa di posizione ferma e radicale in un paese che, uscito formalmente da più di dieci anni dalla dittatura di Pinochet, è tuttavia guidato dalla stessa burocrazia che faceva parte della passata dittatura militare, ha vissuto negli ultimi dieci anni – come la vicina Argentina – una spietata privatizzazione dello stato sociale, non ha ancora legalizzato l’aborto (ed ha ottenuto il divorzio solo nel 2004) ed in cui i contrasti (e quindi i conflitti) sociali sono ancora radicali e si risolvono spesso semplicisticamente nel dualismo “Ufficialità” VS “Panamericanismo militante e rivoluzionario” senza contemplare altre forme più complesse di dissenso.

L’intervista a tre dei quattro integranti del gruppo (che è formato da Ignacio nieto, Italo tello, Ricardo Vega ed Alejando Albornoz) è una riflessione collettiva sull’esperienza di Troyano all’interno della Biennale ed è stata realizzata il giorno della chiusura ufficiale delle attività.

L.C. Inizierei chiedendovi come mai avete deciso di partecipare come collettivo di artisti proponendo un progetto curatoriale.

Ignacio Nieto: Si è trattato principalmente di un’emergenza: non esisteva fino ad ora una geografia dei Nuovi Media in Cile. Tutto è iniziato a Rosario, Argentina, dove abbiamo partecipato a un festival dedicato ai Nuovi Media. Lì ci siamo accorti che mentre in quel paese il tema era già stato affrontato in maniera critica ed anche fattiva, qui mancava del tutto un’attenzione specifica.
Il progetto di comporci come collettivo e di partecipare alla Biennale è finalizzato a rendere visibili pratiche culturali contemporanee relazionate con le nuove tecnologie, considerando ed esplorando non solo progetti artistici ma anche aree che hanno una consistenza più sociale e politica.

Ricardo: In questo paese a fronte di una enorme commercializzazione degli strumenti elettronici e digitali, non esiste una consapevolezza sulle possibilità offerte da queste nuove tecnologie. Di contro all’idea di innovazione e progresso portata avanti da chi governa il Paese (il Cile è lo stato latino americano con maggior numero di contratti per connessioni a Internet, più del Messico, n.d.r) c’è la realtà: questo Paese non produce tecnologia ma la consuma.
Ci siamo interrogati su questo: che dialogo possiamo avere con la tecnologia se la consumiamo e basta?

Italo Tello: Un’altra nota curiosa: nelle nostre università, a differenza di altri paesi latini – sono stati programmaticamente aperti e implementati laboratori multimediali: a questo non corrisponde, a livello medio, una consapevolezza tecnologica che vada oltre l’essere un utente medio. Nessuno si mette a vedere come è costruita e sviluppata una macchina dall’interno, non esistono nemmeno corsi di studio appropriati.
In più non ci sono referenti culturali locali che abbiano approfondito o proposto un’analisi dei Nuovi Media. Chi studia arte studia Picasso e Duchamp ma non si pone nemmeno il problema di lavorare sulle tecnologie, perché qui, a differenza di un paese vicino come l’Argentina, i percorsi formativi artistici non contemplano temi come la Net Art, le pratiche Hacker…

L.C. In qualche modo arrivano voci dal dibattito internazionale degli ultimi anni su queste “nuove” pratiche artistiche?

I. T. I referenti artistici qui in Cile sono piuttosto teorici e artisti che hanno lavorato negli anni Settanta e Ottanta.

R. V. Ci sono persone più preparate, ma sono “isole”. E’ difficile includere e far circolare il tema delle tecnologie nella discussione più ampia che riguarda l’arte contemporanea e la sua critica.
Vorrei anche sottolineare ciò che ha detto Ignacio come il nostro interesse vada aldilà dell’arte: io sono disegnatore ma mi interessano queste pratiche, questi nuovi modelli ermeneutici e paradigmi comunicativi nella società. A livello collettivo quindi, e non solo dell’individuo/artista.

L.C. A proposito di possibilità di riflessioni e anche produzioni collettive (e quindi condivise) offerte dalle nuove tecnologie, mi è sembrato molto interessante constatare in questi giorni come alcuni strumenti siano realmente condivisi a livello globale, senza confini politici o geografici, all’interno della comunità che lavora, gioca e produce senso usando sostanzialmente un computer e Internet. Penso in particolare alla performance audiovisiva a cui abbiamo assistito ieri (21 novembre, Centro cultural de España, Flash Attack dall’Argentina + CES dal Cile, n.d.r.) in cui l’artista argentino ha proposto una visualizzazione basata su FLxER, il video mixer basato su Flash Mx inventato in Italia, o alla presentazione del Proyecto Nomade (Argentina) sulle suites per PC sviluppate con Linux e finalizzate ad un uso “creativo” dei computer, durante la quale tra i mille progetti proposti si è parlato anche dalla DyneBolic, il sistema operativo su cd sviluppato dal 2001 da un hacker italiano, Jaromil, insieme ad altri hackers che fanno parte del’area “tech” dell’ex spazio sociale Bulk di Milano. Progetti che sono arrivati qui e sono usati e distribuiti e presentati come se fossero realmente parte di un patrimonio culturale non solo condiviso, ma anche vicino…

Ricardo Vega Il solo fatto che voi tutti siate qui è parte di questo processo di avvicinamento e di cooperazione. Abbiamo scambiato per dieci giorni le informazioni in maniera orizzontale e diretta. No siete qui portandoci notizie come si trattasse di una pioggia mistica che ci arriva dal Primo Mondo, ma piuttosto stiamo scambiando le nostre idee su temi che ci sono comuni – l’uso di alcuni strumenti – pur rimanendo intatte le nostre identità locali.

L.C. Mi dicevate che in questo paese si sta investendo parecchio in tecnologia. Alcune fermate della metropolitana di Santiago sono dotate di accesso gratuito a Internet con il Wi-Fi (senza sognare l’impossibile per Roma dove vivo, nemmeno a Parigi si vedono queste cose). In più esiste anche una Biennale di Nuovi Media che è l’unica al mondo ad essere arrivata alla sua settima edizione (significa 14 anni di attività!). Cosa c’è che non va allora?
Italo Tello La mancanza di una volontà di andare oltre il consumo. Come collettivo ci piacerebbe dimostrare che anche con investimenti economici minimi, ma consapevoli, e la voglia di comunicare si possono fare cose incredibili.

Ricardo Vega Siamo pionieri in America Latina in connettività ma c’è l’altra faccia della medaglia: non sappiamo come usarla. La Biennale dei Nuovi Media ne è proprio l’esempio. Innanzitutto era fino all’edizione passata una Biennale di Video, e anche ora che ha cambiato nome rimane prevalentemente una kermesse dedicata al video. Non c’è un adeguato contenuto all’interno del contenitore, che comunque lo guardi rimane mezzo vuoto.
L’infrastruttura ufficiale che propone l’avanzamento tecnologico è priva di contenuti e prettamente commerciale, portata avanti da un mondo imprenditoriale che muove molto denaro vende l’immagine del Cile come un Paese “sviluppato”, “avanzato”…

L.C. …e quindi anche “democratico” ed “affidabile”…
Ricardo Vega …e dall’altra parte c’è la società civile che non usufruisce di questo “sviluppo”.
Ignacio Nieto La gente punta a comprare l’ultimo modello di cellulare, super costoso, che magari ha anche la macchina fotografica incorporata. E poi non sa che farsene. E’ solo questione di status e di consumo, anche (se non soprattutto) a livelli sociali più bassi.
Un’altra nota interessante, collegandomi al discorso fatto su produzione e consumo: storicamente il Cile è un paese che ha sviluppato un importante produzione musicale d’Avanguardia. La musica elettroacustica in Cile ha una storia di più di cinquant’anni. Ma è un circuito molto vicino alla produzione di tecnologia ed agli studi ingegneristici, ma è molto chiuso I pionieri di queste sperimentazioni costruivano loro stessi le macchine su cui lavoravano. Computer con 7 Kb di memoria…

Italo Tello Come diceva Ignacio qui puoi andare a visitare una casa poverissima in un quartiere molto modesto della città, in cui la gente vive con nulla però possiede un enorme televisore, o un cellulare all’ultima moda. Il problema è che non lo usa come strumento di espressione e di critica del sistema. Come gli artisti cubani di cui hai parlato tu, che con uno slide show di fotografie scattate nel quartiere riescono a raggiungere dei livelli di critica e comunicazione e partecipazione profondi. Qui in Cile non esistono esperienze simili.
Anzi, possiamo dire questo: il Cile è un paese diviso in due. Da un lato chi ha sviluppato un linguaggio critico ed espressivo strettamente legato alla dittatura di Pinochet; quindi ricorre all’estetica della barricata, al tema della contrcultura, dei desaparecidos, della politica e della periferia. Dall’altra parte c’è la generazione cresciuta con Mtv ed il Nintendo ed i videogiochi.
Questa generazione non ha referenti. Non esistono, in Cile, referenti critici che si occupino di analizzare la produzione culturale che si realizza e sviluppa con i Nuovi Media né tantomeno la critica sociale che questi implicano.

L.C. Esiste una comunità Hacker?

Italo Tello Si, ma è completamente rivolta a montare hadware e software. Non fa politica. Non fa critica culturale. Non costruisce comunità.

L.C. Datemi una definizione di Nuovi Media.

Ignacio Nieto E’ un po’ problematica ed è un concetto che non condivido. Credo anche che sia una dicitura molto commerciale che tenta di raggruppare tutta una serie di pratiche ancora poco circoscritte.
Italo Tello E’ un termine standard e credo sia un errore collegarlo solo al computer. Ogni epoca ha i suoi nuovi media.
L’errore è darli un significato fisso e chiuso: si sviluppa col tempo ed è collegato alla ricerca.

Ricardo Vega Spesso si vuole rinchiudere tutto il senso del termine nel dispositivo, tralasciando da parte tutto ciò che implica lo sviluppo di capacità, conoscenze, pensiero e creatività.
Se parliamo di Arte Genetica vediamo che ogni significato accertato si ribalta per esempio…

Italo Tello …perché è qualcosa di completamente multidisciplinario: arte scienza, biologia.

L.C. Come avete costruito la curatoria. Perché un collettivo? Perché l’idea di un virus? Come avete scelto gli artisti?

Italo Tello Ci siamo fatti carico praticamente di tutta l’area che all’interno della dicitura “Biennale di Video e Nuovi Media” avesse a che fare con i Nuovi Media. Abbiamo scritto una convocatoria dividendola in temi: Net Art, Software Art, Tactical Media…
Abbiamo incluso esperienze che in Cile lavorano anche con le nuove tecnologie ma non a progetti propriamente artistici quanto piuttosto sociali. Ad esempio il canale televisivo pirata e comunitario “Señal 3” che trasmette nel suo quartiere (La Victoria, quartiere occupato negli anni Sessanta e divenuto durante la dittatura un’area di resistenza culturale – e non solo – all’interno di Santiago, n.d.r.), o l’Associazione Software Libre.

Ignacio Nieto Come collettivo abbiamo lavorato più come “archiviatori” che come “critici”. Abbiamo portato avanti un lavoro quasi storiografico di raccolta di temi e testi. Credo che in questo momento il livello critico sui nuovi media sarebbe troppo pretenzioso e complicato da portare avanti.
Per quanto riguarda l’idea del virus, un virus è un codice che entra nel computer. Il nome lo abbiamo trovato nell’archivio di definizione di virus di McAfee: certo c’erano nomi più divertenti, ma “Elena” stava molto bene con il nome del nostro collettivo, Troyano ed Elena di Troia. Il virus “Elena” ha come caratteristica quella di installarsi nell’hard disk di un pc e di cancellarne tutti i dati. La nostra operazione si proponeva di installarsi all’interno dell’ spazio della Biennale, cancellarne i presupposti e riscrivere una nuova storia.

L.C. Credo che a livello generale l’aspetto più interessante di quest’esperienza sia stata la costruzione di un network tra le persone che qui, oltre a fare le proprie presentazioni, hanno potuto conoscersi e condividere in maniera vera e poco accademica idee, capacità, risorse. Come si svilupperà in futuro il lavoro che avete iniziato con questo progetto?

Ignacio Nieto Dovremo prima di tutto mettere on line il materiale editoriale che si è sviluppato durante le conferenze.

Italo Tello Si tratta di capitalizzare tutto quello che è stato detto e registrarlo in un catalogo, o un DVD, che diventi un referente locale – che sottolineo di nuovo in questo paese manca – sui Nuovi Media.

L.C. Quali sono i risultati che più vi convincono del progetto “Elena”?
Ricardo Vega Che esiste una pratica, un modo di agire intendo, che è condiviso tra persone che hanno storie origini e provenienze completamente diverseLa consapevolezza che stiamo affrontando con strumenti instabili e esperienza pregressa problematiche e pratiche ancora da mettere a punto, ed ora sappiamo anche che esistono anche dei presupposti fattivi che ci permettono di lavorare insieme, come i vasi comunicanti.
Aggiungo anche che secondo me l’operazione di “riscrittura” dell’Hard Disk ha funzionato ed è stata effettiva.

L.C. A questo proposito mi pare che l’operazione “Elena” abbia effettivamente – a livello locale oltre che internazionale – avuto il grande merito di diventare spazio di coincidenza di molte tensioni che si muovono in questa direzione. A differenti livelli: musica, software libero, attivismo, critica culturale. Esperienze che secondo la mia impressione prima andavano avanti in maniera parallela, senza collegarsi.

Italo Tello Qualcuno ci ha detto che siamo stati pretenziosi e troppo elitari, che le nostre proposte non potevano raggiungere un grande pubblico. Credo che questo implichi però che il salto è stato fatto e che l’esperienza sia un punto di partenza a cui molta gente ora guarda.

L.C. Ultima domanda: mi interessa molto l’ipotesi secondo cui i Nuovi Media costituirebbero una possibilità ed una potenzialità importante di comunicazione ed espressione indipendente della propria identità per i paesi così detti in “via di sviluppo”. Che idea avete al riguardo?

Ricardo Vega Dato per scontato che finora abbiamo parlato comunque di pratiche che nell’ecosistema dei paesi del sud del mondo sono molto elitarie, mi interesserebbe molto analizzare le possibilità che si potrebbero sviluppare al di fuori di quest’area elitaria di “mediacentrismo”.

Italo Tello Il tema dell’accesso è centrale, ed è necessario che le aree che stanno fuori da questo “mediacentrismo” sono escluse non per mancanza di conoscenze o capacità. Questo è un tema che mi tocca da vicino perché lavoro in una scuola pubblica di un quartiere estremamente periferico, e povero, e problematico di Santiago, insegnando arte ai bambini. Un progetto nazionale ha avviato e realizzato la costruzione di laboratori multimediali in varie scuole tra cui questa: decine di computer collegati a Internet con la banda larga. Mi accorgo che il professore, o il responsabile del laboratorio, che hanno l’incarico di formare i bambini, rapidamente vengono surclassati dalla velocità di apprendimento e dalle capacità di questi bambini. Spesso la scuola deva fare installare dei filtri o degli strumenti di autoprotezione su questi computer, per impedire ai bambini di accedere al sistema e cancellarne i dati durante le loro esplorazioni nelle viscere dei PC. Sono incredibili. Appena indirizzati e dotati di strumenti basilari, sono in grado di realizzare delle cose estremamente interessanti e complesse: come ad esempio partendo dal foglio e le matite, digitalizzare i loro disegni, fare delle animazioni, registrarle su un DVD e poterle guardare a casa loro, sul televisore che fino a poco prima era un altare intoccabile che si poteva guardare senza interagire. E stiamo parlando di bambini che vanno a scuola a tempo pieno, perché altrimenti non mangierebbero. E che hanno in casa un televisore gigantesco…

Ricardo Vega …in un paese in cui esiste il Wi Fi nella metropolitana e la Biennale dei Nuovi Media.

Ignacio Nieto Chiudo con una metafora sul Cile: all’interno della Biennale hanno installato, su tavoli fintamente grezzi da falegname, e in maniera fortemente scenografica, una serie di Laptop Sony Vaio, che facevano una vistosa pubblicità alla Sony che li produce. Quest’area è stata chiamata Media Lunch. Qui i computer erano incatenati ai tavoli, ed i PC erano senza connessione a Internet. Il tutto in una Biennale dedicata ai Nuovi Media…
foto lucrezia cippitelli

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INTERVIEW (Focus on Santiago Chile): Lo Mediático, Lo político. El colectivo Troyano y el arte de construir comunidades digitales by Lucrezia Cippitelli


(Frente del Museo Contemporaneo)

Esta entrevista es publicada en Italiano, Español, e Inglés

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Troyano es un colectivo de artistas independientes chilenos que organiza actividades culturales en las que se conectan arte y tecnología.
En ocasión de la VII Bienal de Videos y Nuevos Medias (18-27 noviembre 2005) el colectivo ha participado como curador de la sección “Nuevos Medios” y organizando una serie de conferencias internacionales en las que han participado artistas, teóricos y activistas de varias partes del mundo.

El proyecto curadorial, llamado “Elena” en honor al virus que se instala en el disco duro de una computadora borrando sistemáticamente todos los datos, se propuso como un cuadro critico de la producción cultural, teórica y artística que en los últimos diez años se apoyó en el uso consciente de las nuevas tecnologías.

Un empuje que propone al interno de la sociedad contemporánea chilena un debate sobre el uso “creativo” de los medios, en oposición a una visión puramente financiera, utilitaria y comercial de la difusión de las tecnologías. Chile ha tenido en los años de la post-modernidad relaciones comerciales estables con Japón y Taiwán (y ahora con la China), importante productor a nivel mundial de cobre (componente fundamental para la producción de aparatos tecnológicos) y que se proyecta hacia una “modernidad” confiable y dinámica (y también neoliberista y tranquilizadora para el Occidente), la posición critica del colectivo Troyano parece privada de fundamento.

Sin embargo proponer un uso crítico y social de los Media es una toma de posición firme y radical en un país que salió formalmente de la dictadura del general Augusto Pinochet desde hace mas de diez años y que esta todavía gobernado (en parte) por algunos de los integrantes de la burocracia del pasado régimen militar, que ha vivido en la ultima década – como la vecina Argentina – una despiadada privatización del Estado Social, que no pudo todavía legalizar el aborto (y obtuvo el divorcio en el 2004) y donde los contrastes sociales (y entonces los conflictos) son todavía radicales y a menudo se resuelven esquemáticamente en el dualismo “oficialidad” VS “panamericanismo militante y revolucionario,” sin contemplar formas mas complejas de disentimiento.

La entrevista a tres de los cuatros integrantes del Colectivo troyano (Ignacio Nieto, Italo Tello, Ricardo Vega y Alejando Albornoz) es una reflexión colectiva sobre la experiencia del grupo al interno de la Bienal y ha sido realizada en el día del cierre oficial de las actividades.


(Detalle de una de las obras curadas por el Collectivo Troyano)

L.C. Quiero empezar preguntando como decidieron de participar a la Bienal como colectivo de artistas proponiendo un proyecto curadorial.

Ignacio Nieto: Nació de una emergencia en realidad, con respecto que no había una geografía de los Nuevos Medios en Chile.
Todo empezó en Rosario, Argentina, donde participamos como artistas en un festival de Nuevos Medios. En Rosario nos dimos cuenta que en tal país el tema ya fue enfrentado y desarrollado de manera critica y factual. Aquí en Chile a lo contrario todavía faltaba una atención especifica.
El proyecto de juntarnos como colectivo y de presentarnos a la Bienal fue de alguna manera una excusa para dar visibilidad en nuestro país a las practicas culturales contemporáneas relacionadas con las tecnologías, considerando no solamente los proyectos artísticos pero también áreas que tienen una consistencia y una finalidad mas social y política.

Ricardo Vega: La emergencia de la que Ignacio habla esta en esto: en Chile, frente de una enorme comercialización de los instrumentos tecnológicos y digitales no existe una conciencia sobre las verdaderas posibilidades que ofrecen estas mismas tecnologías.
Se encuentra de una idea de innovación y progreso adelantada por el gobierno (el Chile es el pais de América Latina con el mayor numero de contractos de conexión a Internet, mas del México, n.d.r.) la realidad es que este país no produce tecnología, sino la consume.
Nos hemos cuestionado sobre esto: como país en vía de desarrollo que dialogo podríamos tener con las tecnologías si las consumamos y nada mas?

I.T. Otra curiosidad: nuestras universidades, a diferencia de otros países latinoamericanos, se abrieron y desarrollaron laboratorios multimediales. A esto no corresponde, a nivel medio, una conciencia tecnológica que vaya mas allá del ser un usar pasivo. Nadie se pone a ver como está construida una maquina en su interno y tan poco existen cursos escolares apropiados.
Mas, no existen referentes culturales que hayan profundizado o propuesto una análisis de los Nuevos Medios. Hay un vacío en este sentido.
Quien estudia arte estudia Picasso y Duchamp, pero no se pone el problema de trabajar sobre las tecnologías, porque aquí, a diferencia de un país cercano como Argentina la formación académica y escolar artística no incluye temas relacionados al Net Art o las practicas Hackers… En estos temas enfocamos nuestra curadoria, para que estos asuntos – desde su principios cronológicos – se pudieran dar a nuestra sociedad.


(Una de las installaciones en el Museo de Arte Contemporaneo)

L.C. En que forma reciben, en Chile, las voces sobre estas nuevas practicas artísticas desde el debate internacional?

I. T. Los referentes, aquí en Chile, son mas teóricos y artistas que han trabajado en los años Setenta y Ochenta. No hay referentes en lo que pertenece a los Nuevos Medios.

R. V. Hay algunos teóricos mas preparados, pero son “islas”. Es difícil incluir y dar circulación a estas temáticas en el circuito de arte contemporáneo y de sus teorías criticas.
Quiero además subrayar lo que dijo Ignacio: nuestro interés va mas allá del arte. Yo soy diseñador, pero me interesan también estas practicas, estos nuevos modelos hermenéuticos y paradigmas comunicativos de la sociedad. Es un nivel colectivo, y no solamente propio del individuo/artista.

L.C. A propósito de las posibilidades de reflexión y también producción colectivas (y entonces compartidas) ofrecidas por las nuevas tecnologías, me parece muy interesante darme cuenta en estos días de como algunos instrumentos sean realmente compartidos a nivel global, sin borders políticos o geográficos, al interno de una comunidad que trabaja, juega, produce sentido usando sustancialmente una computadora y Internet.
me refiero en particular a la performance audiovisual en la que participamos ayer en el centro Cultural de España (21 noviembre, Flash Attack desde Argentina – visual – + CES desde Chile – music – n.d.r.) en la que el artista argentino propuso una visualización basada en FLxER, el video-mixer construido por Flash y desarrollado en Italia, o a la presentación del Proyecto Nómada (Argentina) sobre las suites para PC desarrolladas con Linux e enfocadas sobre el uso “creativo” de las computadoras, donde entre los proyectos propuestos hablaron también de DyneBolic, el sistema operativo para CD proyectado en el 2001 por un hacker italiano, Jaromil, junto con otros hackers que son parte del medialab del ex espacio social (tomado) Bulk de Milán.
Son proyectos usados y distribuidos y presentados (y sentidos) como parte de un patrimonio cultural no solamente compartido, pero también cercano…

R.V. Lo que están a.C. ahora es parte de un proceso de acercamiento y cooperación. Hemos intercambiado para diez días informaciones de forma horizontal y directa. Ustedes no están aquí trayendo noticias como si fuera lluvia mística que llega desde el Primer Mundo. Estamos conectados sobre temas y ideas que son comunes también quedandos intactas nuestras identidad locales.

L.C. Decían antes que en Chile están finalizando muchos recorridos financieros en tecnología.
Vi que algunas paradas de la metropolitana de Santiago están dotadas de acceso a Internet con Wi-Fi (sin soñar el imposible para mi ciudad, Roma, tampoco en Paris todavía es tan visible esta voluntad). Además el Chile da hospedaje a una Bienal de Nuevos Medios, la única en el mundo que ha llegado hacia su séptima edición (significa catorce años de actividad!). Que hace falta entonces?

I.T. Una voluntad de ir mas allá del consumo. Como colectivo queremos mostrar que también con empeños economicos mínimos, pero concientes, y con la voluntad de comunicar y experimentar se pueden hacer cosas increíbles.

R.V. Somos pioneros en América Latina en conectividad, pero hay otra cara de la medalla: no sabemos como usarla…
La Bienal de Nuevos Medios es el ejemplo. Ante todos hasta la pasada edición era Bienal de Video, y ahora que ha cambiado su nombre se queda prevalentemente una kermés enfocada en el video. No hay adecuado contenido al interno del contenidor, que de cualquier lado tu lo veas esta medio vació.

La infraestructura que propone el adelantamiento tecnológico no tiene contenidos y es primariamente comercial, sostenida por un mundo imprenditorial que mueve mucho dinero y vende la imagen de Chile como país “desarrollado”, “adelantado”…


(Grupos sonoros improvisando la noche de cierre del Biennale.)

L.C. … hasta “democrático” y “confiable”…

R.V. …y del otro lado hay la sociedad civil que no puede beneficiarse de este “desarrollo.”

I.N. La gente quiere comprar el ultimo modelo de celular, súper costoso, y que por caso podría tener la cámara incorporada. Y no sabe que hacer con eso. Solo es cuestión de status symbol , también (si no sobre todo) a niveles sociales mas bajos.
Otra cosa interesante, conectándome al discurso que hicimos antes sobre producción y consumo: históricamente Chile es un país que ha desarrollado una importante producción musical de Vanguardia. La música electroacústica en Chile tiene una historia de mas de cincuenta años.
Pero es un circuito muy cercano a la producción de tecnología y a los estudios de ingeniería, muy cerrado. Los pioneros de estas experimentaciones construían sus propias maquinas. Computadoras con siete Kb de memoria…

I.T. Como decía Ignacio, a.C. puedes visitar una casa muy pobre, en un barrio muy modesto de la ciudad. donde la gente vive con nada pero tiene un televisor gigante, o un celular ultimo modelo… El problema es que no lo usan como instrumento de expresión y critica del sistema. Como los artistas cubanos de los que hablaste en tu conferencia, que con un slide show de fotografías tomadas en su barrio pueden llegar hasta niveles de critica, comunicación y participación profundas. a.C. en Chile no existen experiencias similares.
Y se puede decir esto: Chile es un país cortado en dos. De un lado están quienes han desarrollado un lenguaje crítico y expresivo, relacionado con fuerza a la dictadura de Pinochet, y que entonces recurre a la estética de la barricada, al tema de la contra-cultura, de los desaparecidos, de la política y de la periferia. De otro lado hay una generación que ha crecido con Mtv y el Nintendo y los videojuegos. Esta generación no tiene referentes. No existen en Chile, referentes teóricos que se ocupan de analizar la producción cultural que se realiza y se desarrolla con lo Nuevos Medios, ni tampoco la critica social que estos implican

L.C. Existe una comunidad Hacker?

I.T. Si, pero esta totalmente enfocada en montar hardware y instalar software. No hace política. No hace critica cultural, no construye comunidades.

L.C. Una definición de Nuevos Medios.

I.N. Esta un poco problemática y es un concepto que no comparto. Creo que sea un termino muy comercial, que trata de agrupar toda una serie de prácticas que están todavía poco circunscritas.

I.T. Es un termino Standard, y creo sea un error relacionarlo solamente a las computadoras. Cada época tiene sus nuevos medios. El error es darle una significación estrecha y serrada: se desarrolla con el tiempo y esta relacionado a la investigación.

R.V. Es incorrecto cerrar todo el sentido de esta expresión en el dispositivo, sin considerar lo que implica el desarrollo de capacidades, conciencias, pensamiento, creatividad.
Si hablamos de Arte Genética nos damos cuenta que cada significación aparentemente segura pierde su certidumbre.

I.T. …porque es algo totalmente multidisciplinario además: arte, ciencia, tecnología.

L.C. Como han trabajado para la curadoria? Porque un trabajo colectivo? Porque la idea de un Virus? Como escogieron los artistas?

I.T. Nos hicimos cargo de toda la área, al interno del la “Bienal de Videos y Nuevos Medios” implica esta ultima parte, los Nuevos Medios por supuesto.
Escribimos una convocatoria que tenia diferentes temáticas: Net Art, Software Art, Tactical Media…
Incluimos experiencias que en Chile trabajan también con nuevas tecnologías pero si adelantar proyectos propiamente “artísticos”, sino mas sociales. Un ejemplo es la participación de la televisión pirata Señal 3, que trabaja en su comunidad, el barrio “tomado” La Victoria (área de resistencia desde los años Sesenta durante la dictadura militar) o la Asociación de Software Libre de Santiago.

I.N. Como colectivo trabajamos más como “archivadores” que como críticos. Adelantamos un trabajo historiográfico buscando temas y textos. Creo que en este momento seria demasiado pretencioso, y además complicado, adelantar una instancia critica sobre los Nuevos Medios.
El virus lo interpretamos como un código que entra en la computadora. El nombre lo hemos encontrado en el archivo de las definiciones de los virus de Mc Afee: había algunos pro seguro mas divertidos, pero “Elena” era perfecto con el nombre de nuestro colectivo, Troyano. Troyano y Elena de Troya… “Elena” tiene como característica la de instalarse en el disco duro de las computadoras y de borrar todos los datos. Nuestra operación se propuso de instalarse en el espacio de la Bienal, borrar sus presupuestos y escribir una nueva historia.

L.C. Creo que a nivel general, la cara mas interesante de esta experiencia fue la verdadera construcción de un network entre las diferentes realidades locales que, mas allá de hacer sus propias presentaciones, pudieron encontrarse y compartir de manera verdadera y poco académica ideas, capacidades, recursos. Y esto en diferentes niveles de especialización: música, activismo, hactivismo, cultural jamming. Experiencias que según mi impresión antes se desarrollaban paralelamente sin un verdadero enlace.
Como piensan se va desarrollar esta red que empezaron a formar?

I.N. Antes de todo publicando en Internet todos los materiales editoriales que se dieron durante las presentaciones.

I.T Tenemos que capitalizar lo que salio, y que grabamos, durante los encuentros y distribuirlo como catalogo, o DVD, para que se transforme en una referencia local, y que digo otra vez, en este país es necesaria, sobre los Nuevos Medios.
Alguien dice que fuimos muy elitistas, y que nuestras propuestas no podían alcanzar un publico mas amplio. Creo que esto implica que ya hemos marcado una etapa y que esta experiencia es algo que se va a quedar como un inicio.

L.C. Ultima pregunta: me interesa la hipótesis para que los Nuevos Medios constituyeran una posibilidad y una potencialidad de comunicación y expresión independiente de una identidad local para los países que dicen “emergentes”. Cual es vuestra idea en este sentido?

R.V. Hasta ahora, es descontado, hablamos de practicas que en el ecosistema de los países del Sur del Mundo están muy elitistas, me interesaría mucho analizar las posibilidades que podrían desarrollarse fuera de esta área elitista de “mediocentrismo”.

I.T. El tema del acceso s central; y es necesario que las áreas que se encuentran fuera de esto “mediacentrismo” sean excluidas no por falta de capacidades. Es esto un tema que me toca de cerca porque trabajo en una escuela publica de la profunda periferia de Santiago, en un barrio pobre y problemático, donde enseño arte a los niños. a.C. un proyecto nacional ha adelantado la construcción de laboratorios multimediales: una clase con decenas de computadoras conectadas a Internet. Me doy cuenta que los profesores, que supuestamente son encargados de la formación de los niños, rápidamente son doblados por su alumnos. La escuela tiene que instalar filtros y instrumentos de control y protección en estas computadoras, que son “naturalmente” hackeradas por los niños cuya capacidad de aprender, y explorar los “intestinos” de las computadoras y doblar los limites es increíble.
Cuando sean dotados de los instrumentos basilares estos niños logran de realizar proyectos extremamente complejos y interesantes e inéditos. Por ejemplo, empezando con papel y lápiz, digitalizar sus diseños, hacer animaciones, grabarlos en un DVD y mirar estas verdaderas películas en su casa, en el televisor gigante que hasta poco antes era un altar intocable que solamente podían mirar sin interactuar. Estamos hablando de niños que pasan todo el DIA en la escuela porque es la única manera, para las familias, de hacerlos comer.

R.V. En un país donde existe el Wi Fi en la metropolitana y la Bienal de Nuevos Medios…

I.N. Termino con una metáfora sobre el Chile: en los espacios de la Bienal fueron instaladas, sobre mesas falsamente simples y para carpinteros, y de forma muy escenografica, unos laptop Sony Vaio que hacían una vistosa publicidad a Sony que los produce.
Esta área estaba nombrada “Media lunch”. Las computadoras estaban encadenadas a las mesas y no tenían ninguna conexión a Internet. En la Bienal de Nuevos Medios…

www.t-r-o-y-a-n-o.cl
www.bienaldevideo.cl

REVIEW (Focus on Santiago, Chile): HISTORICAL MEMORY AND THE CITY by Lucrezia Cippitelli

(Read English Version Below)

Santiago, Santiasco, Sanhattan: la capitale dello stato più occidentalizzato dell’America Latina, lontana anni luce dall’immaginario un po’ eurocentrico della città latina barocca e decadente piena di gente pittoresca, è una metropoli di sette milioni di abitanti che pare puntare a un immaginario contemporaneo, consumista, totalmente affidabile per l’Europa e gli Stati Uniti che costruiscono un immaginario “latinoamericano” fatto di indigeni, povertà, scontri sociali, dittature rosse che sarebbero uguali a quelle militari.

Il Cile, che apparentemente avrebbe risolto le questioni pendenti con la dittatura di Pinochet (1973-1990) e che dopo anni di un governo di transizione e una decade fatta di privatizzazioni (con conseguente avvicinamento acritico alle meraviglie portate dall’estero, a partire dalle aziende di servizi che hanno comprato quasi tutte le infrastrutture del paese, una volta pubbliche), ora si ritrova a presentarsi come la punta di diamante di un continente in inevitabile crescita economica.

La Biennale di Video e Nuovi Media di Santiago appare in questo contesto l’esatta rappresentazione della nuova costruzione identitaria del paese, moderna e rassicurante, che pare voler passare oltre – e sopra – la storia recente per abbracciare un radioso presente fatto di tecnologia ed economia di mercato. Così come la Biennale presenta, oltre a rassegne video di tutto il mondo, anche “prodotti” ipertecnologici in sale sponsirizzate da gigantografie della Sony senza soffermarsi sulle problematiche legate all’uso sociale e politico dei nuovi mezzi di comunicazione (ed a questo proposito si veda l’intervista al collettivo Troyano), così il Cile si ritrova oggi ad esaltare un presente fatto di futuro, evoluzione, novità Senza fare i conti con la Storia. Senza fare i conti con una società ancora chiusa (in cui da poco è stato legalizzato il divorzio ma non si può ancora parlare di aborto) e controllata da una struttura giuridica e politica che è la stessa (o meglio: rimasta invariata) da quella ri/costruita da Augusto Pinochet dopo il colpo di stato (costituzione, sistema legislativo e politico, la stessa burocrazia che ancora fa parte dell’apparato politico del paese sono le stesse instaurate dal dittatore subito dopo la violenta conquista del potere).

Qualcosa però è scappato al meccanismo mainstream ed un po’ illusorio della Biennale dei Nuovi Media di Santiago, che all’interno del progetto “Troyano:Elena”, ha accolto la presentazione di un progetto di recupero della memoria storica cilena basato sull’uso intrecciato di un sito internet, trasmettitori satellitari, una ricerca storica, un gruppo di ricercatori dell’Universidad de Chile e due artisti/attivisti italiani.

L’operazione Memoria Historica de Alameda è esattamente questo, una ricerca sulla memoria recente del Cile ed il suo racconto intermediale negli spazi pubblici di Santiago. I target dell’operazione sono gli abitanti della città, ed in seconda istanza gli utenti del sito ufficiale del progetto, che possono consultare e fruire una serie di materiali multimediali che raccontano e rievocano la storia recente in alcuni punti chiave della capitale cilena. Lo spazio scelto è l’Alameda, l’arteria principale di Santiago del Cile, oggi rinominata ufficialmente – e senza successo perché nessun cittadino di Santiago la chiama così- Avenida Libertador Bernardo O’Higgins. L’Alameda è la strada che ospita gli edifici principali della città tra cui l’edificio presidenziale, la Moneda, tristemente presente nell’immaginario collettivo, anche non cileno, per il bombardamenti aerei inflittigli l’11 settembre 1973, giorno del colpo di stato di Pinochet e dell’uccisione del legittimo presidente del paese Salvador Allende. A progettare e realizzare Memoria Historica de Alameda il progetto on line Netzfunk, che si autodefinisce “rete elettromagnetica di artisti dispersi che ha come scopo la produzione e la distribuzione di strumenti e materiali sovversivi”, in collaborazione con l’Università di Torino che hanno sviluppato tra maggio e luglio 2005 il Laboratorio di Estetica e Tecnología Soave, nel Dottorato di Filosofia con menzione Estetica e Teoria dell’Arte dell’Universitad de Chile.

Ma come funziona Memoria Historica de Alameda che vediamo definita come progetto di “locative media”? In primo luogo, in collaborazione con gli studenti del Dottorato dell’Universidad de Chile si è realizzata la ricerca e l’archiviazione di una serie di materiali multimediali (video, foto, voci) legati alla dittatura cilena e trovati in archivi pubblici e privati (spezzoni di pellicole, suoni ambientali, registrazioni d’epoca ed anche interviste realizzate ad attivisti dell’epoca del Frente Nacional, la coalizione che appoggiava il presidente Allende).

Tutti questi materiali sono stati poi assemblati e resi fruibili con una coordinata satellitate GPS lungo il tracciato dell’Alameda. Le persone coinvolte nell’operazione, dotate di uno zaino contenente un sistema di ricezione satellitare, cuffie e palmare, potevano camminare lungo l’Alameda e fruire i materiali multimediali che di luogo in luogo erano automaticamente caricati sul palmare (attraverso il sistema GPS).

La città di oggi diventa quindi in Memoria Historica de Alameda uno spazio fluido, sensibile e “storico” nello stesso tempo, in cui si compenetrano presente e passato. La storia, di conseguenza, diventa un evento che si è realizzato nel passato ma che ha una consistenza nel presente; quindi, sottolineano gli ideatori del progetto, soprattutto – come monito – nel futuro.
Un esperimento altamente etico e sociale quindi, che ribalta l’uso delle tecnologie che la società di massa finalizza al controllo per costruire uno spazio fisico e mentale in cui la Storia, che non deve mai essere cancellata, diventa una condizione presente su cui ogni individuo sociale dovrebbe riflettere per affrontare quelle incongruenze che forse nemmeno l’elezione della prima presidentessa donna nella storia dell’America Latina (la socialista Michelle Bachelet che dal 15 gennaio 2006 è Presidente del Cile con l’appoggio del Partito Socialista) basterà a risolvere.

www.netzfunk.org/
www.memorialameda.cl

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Santiago, Santiasco, Sanhattan: The capital city of one of the most westernized Latin American countries is quite far from that kind of Eurocentric concept of a Baroque and decadent Latin town full of picturesque people. It’s a consumer-oriented metropolis where seven million inhabitants are far from European and North American ideas of a South America made of natives, poverty, social fights, and red dictatorships (or military dictatorships).

Chile has apparently solved its hanging problems with Pinochet’s dictatorship (1973-1990) and after many years of a transitional government and a decade of privatizations (with the consequent dogmatic approach to the marvellous things coming from the foreign countries: starting with a private undertaking which bought all country’s infrastructures which once were state-controlled) it is now the leading country of a developing continent.

The Video and New Media Santiago Biennial appears in this context as the exact representation of the new modern and reassuring identity construction of the country, which wants to go beyond recent history to welcome the current technology and market economy. So, besides art and experimental videos having been exhibited from various parts of the world, the Biennial presents hyper-technologic “products” sponsored by Sony without dwelling upon social and political use of new media (see the interview to the Troyano’s collective). So, Chile is now claiming a present made up of the future: its evolution and novelties without reckoning with its history, with a still narrow-minded society (divorce has been just legalized, abortion is still a taboo subject) controlled by the same juridical and political structure created by Augusto Pinochet after his violent coup d’état. The constitution, legislative and political system and bureaucracy are still the same.

But something escaped the mainstream and kind of illusory mechanism of the Santiago New Media Biennial. The project Troyano:Elena presented an historical research project by a group of researchers of the Universidad de Chile, and two Italian artists/activists focusing on Chilean historical memory recovery based on the interwoven use of a web site and satellite transmitters. The operation called Memoria Historica de Alameda is a research collaboration on Chile’s recent history presented in Santiago ‘s public spaces through different media.

The target audience of this operation are the city’s inhabitants and the project official website users who can see a series of multimedia material recalling the Chilean capital’s recent history. The public space that was chosen is Alameda street, Santiago ‘s main artery now unsuccessfully renamed Avenida Libertador Bernardo O’Higgins . In Alameda street there are the main edifices of the city, for example the presidential palace, the Moneda , sadly known for the aerial bombing of 11 September 1973, when the legitimate president Salvador Allende was killed and Pinochet took the power.

Memoria Historica de Alameda was projected and realized by Netzfunk online project self-defined as a “electromagnetic network of lost artists aimed at producing and distributing subversive instruments and materials” in collaboration with the University of Turin, which between May and July 2005 developed the Laboratory of Gentle Aesthetics and Technology , at the Doctorate of Philosophy, Aesthetics and theory of Art Program of the Universitad de Chile .

But how does the “locative media” project Memoria Historica de Alameda work? In collaboration with the students of the Doctorate Program of the Universidad de Chile, they researched and archived a series of multimedia materials (videos, pictures and voices) on Chilean dictatorship period, found in public or private archives (films, environmental sounds, records and interviews to activists of the Fronte Nacional, the coalition supporting president Allende).

These materials were then assembled and presented by means of a GPS satellite coordinate along Alameda street . The persons involved in the operation had a sack provided with a satellite reception system, earphones, and a palm and they could walk on Alameda street enjoying multimedia materials automatically downloaded on their palms (through the GPS system).

With Memoria Historica de Alameda the city becomes a flowing sensitive and “historical” space. This way history gains a present consistency and becomes a warning for the future – as the authors of the project underline.

This is a very ethical and social project that uses technologies (usually aimed at controlling) to build a physical and mental space where History becomes a present condition; it should give food for though to every social individual to face that incongruence that are very difficult to solve. Even the recent election of the first Latin American female president (the socialist Michelle Bachelet, President of Chile from 15 January 2006) is not enough.

www.netzfunk.org/
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FEATURE: (exhibition): Process:Triplicity Ogi:no Knauss A cura di Lucrezia Cippitelli

Il 12 gennaio presso il Museo Laboratorio di Arte Contemporanea
dell’Università di Roma “La Sapienza”, si inaugura la mostra di Ogi:no
Knauss, Process:triplicity, a cura di Lucrezia Cippitelli.
Il progetto espositivo, pensato e realizzato appositamente per gli
spazi del MLAC, si configura come la prima mostra in cui il collettivo
fiorentino ricostruisce il processo formativo della sua pratica di
viaggiatore urbano e produttore audiovisuale. L’attività investigativa
e creativa di Ogi:no Knauss si è svolta nell’arco degli ultimi dieci
anni, fondendo la pratica del flaneur nella metropoli globale
contemporanea con la ricerca linguistica del media filmico. Da questo
duplice interesse nasce il lavoro del trio nella loro in dagine
urbanistica, che si presenta sotto forma di video, di performance
audiovisuale, di film, di produzione editoriale multimediale.
Process:triplicity è il sunto del lavoro del trio che si sviluppa come
percorso in tre tappe.
La prima sezione presenta, senza commenti audio, una serie di
fotografie scattate negli ultimi anni in diverse città del mondo.
Frammenti di strade, edifici, scritte, non luoghi, sguardi, interni ed
esterni di abitazioni, segni della presenza umana, materia prima con
cui il collettivo costruisce le sue performance audio-visive ed i suoi
video.
La seconda sezione presenta i video Quantize this e Substitute city
(2005) presentati a Milano e a Salonicco, appositamente rieditati per
il MLAC con l’aggiunta di un’introduzione sui presupposti teorici e
pratici del lavoro di Ogi:no Knauss. Segue la ricostruzione filmica,
fotografica e audio di quanto appreso e vissuto nella città.
Substitute city prevede un’azione performativa in cui il collettivo
miscela con laptop, mixer audio e video, telecamere, i frammenti
raccolti ricomponendoli in una sinfonia audiovisuale complessa.
La terza sezione, contenente Triplicity, costituisce il nuovo punto di
arrivo (e di nuova partenza) del lavoro di Ogi:no Knauss. Triplicity,
il DVD interattivo che raccoglie 35 frammenti video girati dagli
artisti durante i loro viaggi, può essere navigato e “costruito”
direttamente dallo spettatore, che può così decidere come vivere (in
quali luoghi e per quanto tempo) il suo viaggio nel mondo globale.
Triplicity è anche il primo progetto interattivo della novella casa di
produzione multimediale AV Records, fondata da Ogi:no Knauss come
spazio di analisi sulle potenzialità tecnologiche ed espressive dei
linguaggi multimediali.
Process:triplicity, prima collaborazione di Ogi:no Knauss con il MLAC,
proseguirà nel marzo/aprile 2006 con la partecipazione del collettivo
alla Biennale Internazionale d’Arte dell’Avana.
La mostra fa parte della programmazione Laboratorio, realizzato da
Domenico Scudero, con il contributo della Regione Lazio per la ricerca
“Applicazione nuove tecnologie multimediali arte contemporanea”,
diretta da Simonetta Lux.

MLAC
12 gennaio 2005, ore 18.00
Direttore: Simonetta Lux
Curatore: Domenico Scudero
Ufficio stampa: Giorgia Calò
www.mlac.it
http://www.oginoknauss.org/